Propositura di San Tommaso Apostolo a Certaldo


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Beato Jacopo Guidi

Santi e Patroni di Certaldo

Beato Jacopo Guidi

Prima di parlare dell vita del nostro Beato Jacopo vogliamo riportare alcune brevi notizie e considerazioni sui monaci camaldolesi a Certaldo, vista la sua scelta di consacrarsi al Signore nell’Ordine dei Camaldolesi.
A Certaldo e nei dintroni ci sono state diverse realtà collegate con i camaldolesi. Basti pensare che la Badia a Elmi, fondata nel 1034 dal nobile Adelmo da Subbio, era camaldolese e la Badia a Cerreto era l’eremo della Badia a Elmi che fu fondato nei primi anni del XI secolo. Queste due costruzioni dei camaldolesi erano canonicamente collegate alla Pieve di Cellole e a sua volta tutte dipendenti dal Monastero Camaldolese di Santa Maria degli angeli a Firenze. La Congregazione dei Camaldolesi fu fondata tra il 1024 e il 1025 da San Romualdo, monaco benedettino. Romualdo cercò di coniugare la tradizione monastica orientale e quella occidentale, soprattutto benedettina.
La congregazione camaldolese coniuga la dimensione comunitaria e quella solitaria, espressa, architettonicamente, dalla presenza, nella stessa struttura, sia dell'eremo che del monastero. Questa comunione di vita comunitaria ed eremitica è espressa anche nello stemma, formato da due colombe che si abbeverano ad un solo calice. Il giovane religioso della famiglia Guidi rimase attratto dalla vita di penitenza e di preghiera di questi monaci.
Jacopo Guidi, “nacque dal cavaliere Albertino di Guido nel XIII secolo. La tradizione locale identifica il luogo della sua prima dimora appena fuori Certaldo tra il fiume Elsa e il torrente Casciano in una vecchia casa con torre chiamata Palagietto (a metà della torre fu posto per ricordo un busto in rilievo del Beato con in testa la mitria). Si racconta che il Beato Giacomo fin da bambino manifestasse una chiara vocazione monastica, poco interessato alle cose del mondo preferiva appartarsi in solitudine per meditare e stare in compagnia di Gesù. Presto conobbe i monaci Benedettini Camaldolesi, che dimoravano in un’abbazia vicino alla sua casa. Quando poi i genitori decisero di trasferirsi stabilmente in un’altra abitazione a Volterra, frequentemente, il giovane Giacomo visitava l’abbazia camaldolese di S. Giusto non lontano dalla nuova casa. Desiderando diventare monaco ed ottenuto il permesso dal padre, nel 1230 l’Abate Martino lo rivestì dell’abito bianco camaldolese. Devotissimo alla Madonna e a S. Michele Arcangelo il giovane monaco fu per tutti modello di preghiera e mortificazione attraverso l’obbedienza ai superiori e la pratica costante dei suoi doveri quotidiani. Poiché amava molto Dio, faceva molte penitenze volontarie per dominare gli appetiti della carne e rimanere costantemente concentrato nel Signore che pregava fervidamente di voler accettare i suoi poveri sacrifici per la salvezza del suo prossimo: dormiva sulla nuda terra, digiunava, vegliava, sopportava il freddo e il fastidio del cilicio sulla pelle. Nove anni dopo essere diventato monaco fu nominato rettore di una parrocchia che dipendeva dal monastero, nel 1268 fu eletto abate della comunità, carica che accettò dopo molte insistenze e alla quale dopo alcuni anni rinunciò per tornare a occuparsi della parrocchia che tenne fino alla morte. L’esempio del Beato spinse due membri della sua famiglia a ritirarsi in un monastero come oblati, prima il padre Albertino poi il fratello Ingeramo, che morirono confortati e assistiti dal Beato Giacomo. Nel 1292 anche il Beato Giacomo morì e subito iniziò la sua venerazione da parte dei fedeli per i quali in seguito fu eretto un altare in suo onore nella chiesa del monastero. I miracoli concessi da Dio per intercessione del Beato furono molti: già il giorno prima che il Beato morisse una donna di Volterra che aveva una cancrena alla mammella non potendo incontrare il Beato che era in fin di vita, si raccomandò ugualmente a lui che le apparve miracolosamente in abito da medico con un vasetto di unguento in mano con il quale le unse la parte malata guarendola completamente. Una donna volterrana che aveva subito una paralisi del braccio destro fu guarita dopo essere andata a posare il braccio sopra la tomba del Beato. Un certo Pietro di Volterra in viaggio con il fratello fu sorpreso da alcuni briganti che lo ferirono gravemente e uccisero il fratello. Quando arrivarono i soccorsi Pietro chiese di essere portato davanti alla tomba del Beato che dopo insistenti preghiere apparve in abito bianco e lo guarì. Un uomo di S. Gimignano dopo aver pregato il Beato Giacomo riacquistò l’udito che aveva perso da quattro anni e fece voto di recarsi ogni anno alla sua tomba come ringraziamento. Una donna indemoniata fu portata dai suoi parenti al sepolcro del Beato, fu liberata e tornò a casa benedicendo il Signore. Oggi le reliquie del corpo del Beato Giacomo si possono venerare presso il Santuario Mariano di San Francesco a Volterra nell’altare della cappella della Santa Croce di proprietà dei conti Guidi parenti dello stesso Beato. Coloro che vorranno fare un pellegrinaggio presso le reliquie del Beato Giacomo, la cui festa si celebra il 13 aprile di ogni anno, non devono dimenticare, prima di ripartire verso casa, di venerare l’immagine miracolosa della Madonna dei Maremmani, detta Madonna di San Sebastiano, Patrona di Volterra, incoronata dal Beato Pio IX Papa durante il suo viaggio in Toscana. Maria Santissima, Madre Dio e Madre nostra, e il Beato Giacomo da Certaldo ci ottengano la grazia di amare nostro Signore sopra ogni altra cosa per raggiungere la beatitudine eterna e portare la vera pace tra gli uomini”.


Fonte: Archivio Parrocchiale


All'interno del testo L'Opera di Don Luca Zanaga.


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